Dopo un’intensa tre giorni di proiezioni si è chiusa ieri a Milano la seconda edizione di ‘Fuori Target’: una rassegna cinematografica per i giovani.
Il merito dell’ iniziativa è quello di non guardare ai giovani come oggetto da conoscere, ma al contrario il far si che siano loro a presentarsi presentando opere da loro realizzate.
Quest’anno quasi duecento.
Le hanno girate ragazzi, provenienti da 50 città italiane, di un’età che va dai 14 ai 20 anni.
I temi scelti sono i più vari dal bullismo alla tossicodipendenza, dall’impegno sociale al film giallo, dall’ecologia all’amicizia. I modi descrittivi usati sono stati i più diversi: dal drammatico al comico.
La novità: una sezione della rassegna dedicata ai lavori girati con i telefonini: il “Video mobile Contest”
Se dei lavori hanno provenienza scolastica, girati cioè da studenti che si sono avvalsi dell’assistenza dei loro docenti, altri invece hanno origine dalla passione per questo tipo di attività che ha fatto imbracciare la telecamera a dei singoli o a dei gruppi di amici.
“Quando i ragazzi non sono affiancati dagli insegnanti riescono a esprimere messaggi più autentici, meno moralistici. L’idea che ci siamo fatti è che non è vero che le nuove generazioni siano a secco di stimoli. Hanno molto da dire su tutto, ma alla loro maniera” racconta al giornale Vincenzo Rossigni, uno degli organizzatori.
In una tre giorni di questo tipo non potevano mancare i workshop tra cui si segnala quello sulla relazione tra fumetto e cinema.
Ovvio il concerto finale.
Quel che colpisce di questa iniziativa è la sua riproducibilità anche in piccolo.
Promuovendo incontri di questo tipo si dà ai giovani la possibilità di esprimersi, di valorizzarsi e di farsi conoscere senza cadere in stereotipi e luoghi comuni.
Dal Corriere della Sera
lunedì 31 marzo 2008
INIZIATIVE. IDEE
domenica 30 marzo 2008
SOLI ED INERMI
Metti una giovane neolaureata con il massimo dei voti ed encomio solenne. Metti la ricerca immediata di usare tutto ciò che hai imparato, studiando con passione, al servizio di strutture pubbliche e private che vogliono avvalersi di tanto talento e capacità di dedizione al lavoro.
Metti università italiane chiuse a riccio, bloccate nei loro giri di interessi superprotetti.
Aggiungi case editrici cui i laureati poco piacciono perché si devono pagare di più e sono, forse, anche scomodi da gestire.
Quale neolaureato non si deprimerebbe.
Non è il caso della nostra.
La scioltezza con cui sa esprimersi le consente di trovare un part-time da 400 E. al mese in un call center di giovani donne.
Sopravvivere bisogna e poi ti resta tempo per continuare a lavorare sulla tua amata filosofia, scrivere qualcosa da mandare in visone a qualche università straniera nella speranza che almeno là qualche porta si apra.
Certo non è facile Sul lavoro ti costringono a stupidi riti collettivi di autopromozione di te stessa, ti controllano i cinque minuti che ti servono per andare in bagno, la pausa caffè è brevissima. I risultati vengono verificati nei dettagli.
Chi non riesce a carpire alle persone contattate abbastanza appuntamenti, da passare poi ai venditori maschi, viene teatralmente prelevata dal suo posto da due gorilla in divisa e perde il posto seduta stante. Lacrime e proteste a nulla servono.
La feroce organizzazione del lavoro scuote la nostra ma non la piega.
Sa gestirsi bene e ciò fa sì che capi e capetti cerchino di sfruttarne le doti umane a proprio vantaggio. Loro ne sono privi.
Come potrebbero altrimenti far osservare regole umilianti di punizione per i maschi che non vendono abbastanza.
Lei sa stare al suo posto. Se può aiuta chi è in difficoltà, maschi e femmine.
Costoro non hanno solide letture alle spalle e tanto meno hanno avuto una formazione che desse loro equilibrio personale.
Anzi, si sono formati davanti allo schermo televisivo. I loro comportamenti
si ispirano a quello che hanno visto là dentro e sono quindi psicologicamente fragili. Incapaci di decidere. Sopravvivono con i loro simboli: atteggiamenti che ne mascherano la profonda insicurezza, l’auto, il vestito, il cellulare.
La famiglia è lontana o assente. Chi tra loro ha un figlio non sa gestirlo e questo è abbandonato a se stesso.
La violenza, fondamentalmente solo psicologica, delle condizioni di lavoro viene subita. Chi è licenziato resta senza prospettive. E’ disperato.
Tutto questo lo vediamo grazie ad uno dei tanti bravi registi italiani: Virzì, che evita accuratamente l’argomento delle morti bianche.
Evidenzia invece l’organizzazione del lavoro in uno dei settori in cui molti giovani trovano impiego.
Non vi si muore fisicamente come nelle fabbriche, ma basta pochissimo per venir psicologicamente distrutti e dichiarati fuori della società dei modelli vincenti.
Virzì con il suo “Hai tutta la vita davanti” fa vedere la solitudine di una generazione cui nessuno sembra saper dare aiuto.
Non si parla, nel film, degli effetti sociali della violenza che subiscono nell’ambito del lavoro anche se è evidente che questa ne genera di nuova.
E’ possibile, ci si chiede, che nessuno apra mai un dibattito serio sui risultati micidiali prodotti dalle esigenze di certi sistemi di produzione?
Che senso ha produrre per produrre, se poi oltre all’immondizia ciò crea anche disastri umani tra gli addetti?
Da: “Hai tutta la vita davanti” di Virzì.
venerdì 28 marzo 2008
L'ONDA
Parlando ieri della cerimonia di commemorazione delle vittime delle Fosse Ardeatine e della frettolosità con cui i media ne avevano dato notizia, si era scritto dell’importanza di non abbassare la guardia.
Una indiretta conferma, solo culturale per fortuna, di questa esigenza giunge dalla Germania dove è imminente la proiezione di un film che affronta proprio il tema della possibilità concreta di riprodurre il nazismo in modo artificioso nel nostro ‘moderno’ contesto sociale.
Solo la notizia dell’uscita dell’opera del regista Dennis Gansel: die Welle (L’Onda) nelle sale ha provocato ovvie reazioni e polemiche a non finire.
Il film trae spunto da un libro, ispirato ad una vicenda reale, dell’americano Morton Rhues che, negli anni 60, insegnava a Palo Alto (California).
Volendo dimostrare ai suoi studenti la concretezza della possibilità di rivivere un’esperienza autoritaria come quella subita dall’ Europa, li aveva invitati a formare un gruppo, poi a seguire determinati riti sociali: il saluto con la mano alzata, l’assunzione di comportamenti uniformi sia per il linguaggio che si doveva usare che per le gerarchia da rispettare. Ordine tassativo: isolare e punire chi si rifiutava.
L’esperimento ebbe, purtroppo, tanto successo che il professore lo fece finire quando si accorse che pure il Preside lo salutava con il braccio teso.
Il film riprende il tema: i ragazzi finiscono per formare una setta e tutto ha poi una tragica conclusione.
Quel che interessa è esaminare gli ingredienti alla base dell’esperimento: un gruppo di persone, una realtà sociale fortemente strutturata (scuola-partito) , un leader carismatico, dei comportamenti che creino coesione, sicurezza, orgoglio. Il mix è pronto.
Ed anche in una società moderna, libera, individualista ed egoista il fenomeno può rinascere.
Tutto il resto poi viene automaticamnete: l’odio per chi si sottrae o per i nemici di volta in volta individuati.
Libri e film sovente danno idee. In questo caso l'opera del regista tedesco segnala dei pericoli che, in una società che sta dando segnali di regresso, è bene non sottovalutare.
Fonte: Unità del 17.3.08
giovedì 27 marzo 2008
FORME DELLA MEMORIA
Due giorni fa a Roma si è svolta la cerimonia di commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Nel 1944 un attentato dei partigiani della capitale uccise 33 militari delle forze di occupazione tedesche.
La rappresaglia fu spietata. Vennero fucilati dieci italiani per ciascuna delle vittime.
Nel luogo del massacro, le Fosse Ardeatine si trovano appena fuori Roma, è sorto un monumento che ricorda i caduti innocenti.
Là c’erano l’altro ieri le massime autorità dello stato, tutte presenti, e molti rappresentanti dei partiti sia del governo che dell’opposizione.
La cerimonia ha trovato scarso spazio e nei telegiornali e nei grandi quotidiani.
Eppure una delle stragi simbolo dell’occupazione nazista avrebbe meritato forse una maggiore attenzione. La storia a volte sembra non avere il peso dovuto nell’informazione.
Le parole, pronunciate martedì dal Presidente della Repubblica, lo confermano chiaramente:
“il fatto più rappresentativo di una vicenda terribile di persecuzione e di ricorso al crimine più efferato da parte dei nazisti occupanti e da parte di chi li aiutava in questa tristissima impresa”.
Ci si dovrebbe interrogare forse maggiormente attorno a questa ‘svogliatezza’ che accompagna sovente il rito della memoria.
Son passati 64 anni e la guerra con i suoi orrori e finita da più di due generazioni.
Ma come ignorare che senza una percezione nitida dei pericoli superati nel passato, il livello di guardia si abbassa.
In un blog del Messaggero di Roma un ex partigiano dice: “ vi siete mai domandati che prima di voi migliaia di giovani hanno perso la vita e migliaia di altri giovani l’hanno rischiata per avere un Paese democratico e libero …..voi, senza alcuna sofferenza godete del frutto di quei sacrifici”.
Forse le commemorazioni tradizionali, con i loro rituali sempre simili, stancano. Ma ciò non deve far perdere di vista il fatto che un movimento sociale nato in Italia: il fascismo, ha portato il Paese ad una tragica alleanza con il nazismo e ad una guerra disastrosa.
Forse si devono trovare forme nuove per rinnovare la memoria e dedicare energie in questa direzione.
27.03.08 fonte: Il Messaggero del 25.3.08
mercoledì 26 marzo 2008
INIZIATIVE. IDEE
In data 17.3.08 è stata riportata la notizia dei 50.000 giovani che a Bari avevano sfilato per ricordare le 700 vittime della mafia. La manifestazione organizzata dall’associazione ‘Libera’ si svolgeva per i tredicesimo anno consecutivo e chiudeva una quattro giorni di lavori di associazioni antimafiose provenienti da tanti paesi europei.
Successivamente, il 21 Marzo, data scelta per il suo valore simbolico quale primo giorno di primavera, in tantissime città italiane, si sono tenute manifestazioni di solidarietà con le vittime delle mafie, organizzate da Libera, da gruppi spontanei di sostenitori e da municipalità.
Tutte le riunioni hanno avuto una caratteristica comune: il ricordare uno per uno i nomi delle vittime della criminalità mafiosa:
semplici cittadini
magistrati
giornalisti
operatori delle forze dell’ordine
imprenditori
sindacalisti
sacerdoti
esponenti politici
amministratori locali
uccisi solo perché, con rigore e coerenza, avevano compiuto il loro dovere.
Un rito solenne che ha visto in molte città protagonisti e attori i giovani che avevano aderito all’iniziativa.
Qui vicino a Belluno la commemorazione si è svolta in Piazza Duomo e la cerimonia ha voluto
essere sobria e mesta. Non ci sono stati cioè discorsi o interventi delle autorità che pure erano ben rappresentate.
La solennità della cerimonia ha avuto l’effetto di ricordare gli scomparsi e quello di portare l’attenzione dei tanti, che a Bari non potevano esserci, su una delle piaghe che affliggono il Paese.
Ma un’iniziativa che stimola coscienze, rafforza idealità magari distratte, muove energie, coinvolge giovani su obiettivi importanti, rendendoli protagonisti di una azione nazionale ha pure un altro risultato:
chi vi ha partecipato ha notato il silenzio dei grandi media televisivi e si è reso conto dell’importanza del ‘fai da te’ del contatto in rete, della forza ‘civile’ che questo strumento può aiutare ad esprimere ed ha acquisito consapevolezza dell’importanza di organizzarsi ed agire insieme ad altri, che non si conoscono, in contesti sociali anche lontani.
Ma c’è anche un’altra caratteristica di questo tipo di manifestazione ed è il costo economico che è basso, per non dire nullo. Ecco, perché non pensare a promuoverla allora anche qui nel Veneto Orientale il prossimo 21.3. coinvolgendo le scuole che vogliono aderirvi?
26.3.08 fonte: www.libera.it
giovedì 20 marzo 2008
LE PAROLE CHE ANCORA MANCANO
La solenne dichiarazione di condanna dei crimini nazisti fatta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel al parlamento israeliano, di cui si diceva ieri, pone immediatamente la questione se la nostra classe dirigente faccia abbastanza per cancellare ogni accenno di ritorno di nostalgie fasciste.
Domanda più che legittima visti gli episodi di aggressioni a studenti di sinistra o i risultati delle elezioni nelle scuole romane, le indagini della magistratura sui gruppi neofascisti al nord e la vicenda Ciarrapico. Fatti di cui si è dato conto in questo blog.
Un aiuto a provare a rispondere alla domanda viene da Gadi Luzzatto Voghera che in un recente articolo sulla Stampa si chiedeva quale valutazione del fascismo avesse “la classe politica che oggi si candida a governare il paese fondato sulla Costituzione repubblicana nei prossimi cinque anni”.
Ricordando le dichiarazioni pubbliche di Fiamma Nirenstein sulla visita di Fini a Gerusalemme per chiedere scusa per le razziali, il giornalista afferma che “sembra di capire che per l’Italia del 2008 il fascismo sia iniziato nel 1938 e che basti condannare le leggi antiebraiche e attuare politiche amiche con Israele per potersi dire immuni da aspetti nostalgici”.
Una risposta indubitabilmente limitata e incompleta perché non affronta la questione del ‘prima’ del 1938.
Ma le persecuzioni degli oppositori, “la violenza di Stato diffusa, l’annullamento della libertà di movimento, di riunione, di stampa, l’aggressivo imperialismo militarista, i massacri indiscriminati di civili” sono storia del nostro Paese ed è la che nasce l’antifascismo.
E poi l’alleanza con Hitler: “un’alleanza che ha condotto l’Italia e gli italiani a farsi compartecipi e corresponsabili di massacri e deportazioni indicibili.”
Uno spazio di storia su cui non si registra pubblico dibattito e ancor più sembra esser assente dalla memoria comune.
Da La Stampa del 12.3.08